Mio padre, classe 1907, morto a
98 anni, arrivato a 95 non era più un buon conversatore. Qualunque fosse
l’argomento sollevato, inevitabilmente scivolava in una delle solite storie,
che raccontava sempre più o meno con le stesse parole e con gli stessi
particolari: qualunque tentativo di approfondimento era inutile. Una
delle più gettonate riguardava il suo primo lavoro. Aveva
fatto le scuole professionali a Bologna e, meno che ventenne, ne era
uscito con la qualifica di ebanista.
Come tale aveva trovato lavoro da un falegname a Mondaino (RN) ed il primo
oggetto che dovette fare fu una cassa da morto. Non era
una cassa da morto normale, era strana - asimmetrica - perché doveva
contenere una donna e il suo bambino. Infatti
era accaduto un fatto di sangue sconvolgente, e che dati i tempi e le persone
coinvolte, certamente non sarà salito agli onori della cronaca: una donna,
incinta, era stata uccisa a coltellate in una casa di campagna. Dal piano
superiore il sangue era colato tra le fessure dei mattoni del pavimento nella
stalla sottostante (le case dei contadini erano fatte così) lasciando vistose
macchie rosse sul mantello bianco delle mucche. Quello che fu trovato al
piano superiore può essere immaginato considerando che la donna era incinta e
che la cassa da costruire doveva contenere due corpi. Le
indagini non ebbero bisogno né di Maigret né del RIS. Una donna nelle
campagne vicine aveva visto l’assassino uscire dalla casa e pulire gli
scarponi nella neve. Aveva poi visto che erano sporchi di sangue, fatto due
più due, e raccontato il fatto in confessione al parroco che la convinse a
riferire l’accaduto alle autorità. L’assassino
risultò essere un carabiniere in licenza che aveva ucciso la donna per
questioni di eredità. I
carabinieri si trovarono così nella necessità di arrestare un assassino -
armato in quanto carabiniere - e che, per come aveva ammazzato la donna,
poteva essere capace di ogni tipo di violenza e nefandezza. Risolsero
di chiedere aiuto a un certo Pio, di soprannome Scalogna. Costui era un
gigante, famoso nel circondario per la forza erculea, per avere messo KO in
una rissa sette uomini e averli poi infilati tutti in una grossa cesta,
nonchè per avere un tatuaggio che, secondo l’immaginario collettivo, era
testimonianza di chissà quali frequentazioni e avventure. Il piano
prevedeva che i carabinieri avrebbero avvicinato l’assassino con la scusa di
chiedere il suo aiuto per arrestare proprio Pio, sospettato di essere il
colpevole dell’atroce delitto. Per aver dato il proprio aiuto (e per esserlo stato chiesto) non doveva essere poi tanto
cattivo. I tre
andarono ad arrestare il colosso, gli intimarono “mani in alto”, e lo
avvicinarono per mettergli le manette. Ma, una volta di fronte a lui, il
gigante afferrò l’assassino, lo strinse nella sua morsa, e gli altri due
carabinieri poterono mettergli le manette senza pericolo. Madre e
figlio ora riposano nella loro bara che, benché asimmetrica, sarà stata
certamente costruita molto bene, da fare invidia alle più costose. Mio padre
infatti era un falegname provetto, che poco tempo dopo chiese di essere
assunto dalla fabbrica di fisarmoniche “Galanti”. Ottenne
un incarico non a tempo determinato, ma a cottimo: costruire a casa le
strutture esterne delle fisarmoniche, che venivano pagate un tanto l’una. Quando i
suoi pezzi arrivarono in fabbrica misero in crisi l’organizzazione: non
sapevano come aprirli perché non trovavano le giunture. Non perché non
c’erano, ma perché erano fatte molto bene. Fu
assunto a tempo indeterminato e vi fece una rapida carriera fino al più alto
livello, nel ramo tecnico. |